Pensieri

Unioni civili e dintorni: una (semplice) analisi giuridica

febbraio 22, 2016

Da quando il disegno di legge (ddl) Cirinnà è approdato in Aula, sui mezzi di informazione e sui social sembra essersi scatenata una guerra civile. Chi è a favore, chi è contro, chi vuole le unioni civili ma non l’adozione e chi profetizza l’avvento dell’utero in affitto in Italia. La confusione ha investito persino il nostro baluardo: la Costituzione. Ognuno ha le sue idee ed è libero di affermare ciò che vuole, ma noi cittadini abbiamo il dovere di esercitare il controllo. Se qualcuno afferma che un certo disegno di legge sia incostituzionale, non bisognerebbe limitarsi ad annuire. Sarebbe più corretto, anche nei confronti della nostra intelligenza, informarci e verificare se effettivamente sia così. Purtroppo il mondo del diritto spesso parla una lingua a sè, incomprensibile ai più e molto lontana dalla quotidianità; questo riduce la capacità dei cittadini di esercitare il controllo, di capire quali siano i loro diritti e i loro doveri.
La Costituzione però fa eccezione a questo sistema, a questa “lingua straniera che si impara già dall’università per essere ammessi nella corporazione” [G. Carofiglio, La regola dell’equilibrio].
Il ddl Cirinnà invece, per i numerosi rimandi, può risultare di difficile lettura. Se approvato, renderà l’unione civile, aperta a persone maggiorenni dello stesso sesso, l’unica possibilità di riconoscere diritti e doveri in capo alle coppie dello stesso sesso. Non è un’alternativa al matrimonio, in quanto attualmente le coppie omosessuali non godono di diritti e doveri reciproci, sono anzi ignorate dall’ordinamento giuridico. E’ vero che alcuni Comuni hanno istituito registri delle unioni civili, ma questi si limitano ad equiparare a livello amministrativo le coppie di fatto alle coppie unite in matrimonio: parliamo di benefici e agevolazioni come l’assegnazione di una casa popolare, i servizi cimiteriali, le tasse, etc..
Il ddl Cirinnà, riconoscendo l’unione e i relativi diritti alle coppie omosessuali, porterebbe un po’ di uguaglianza nel panorama italiano, attuando così l’articolo 3, comma 2, della nostra Costituzione, secondo cui “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

L’oggetto del contendere è però l’articolo 5 del ddl, riguardante la cosiddetta stepchild adoption.
Altro non è se non l’adozione, da parte del coniuge convivente, del figlio minorenne della persona con cui convive. Per farla semplice: Marco ha un figlio minorenne, Simone; Marco contrae unione civile con Stefano; Stefano può adottare Simone se vi sono vantaggi preminenti per il bimbo. Il testo dell’articolo rimanda infatti all’art. 44, lettera b) della legge 184 del 1983 in tema di adozione e recita: Si parla di adozione particolare di un minore nel caso in cui: b) per il coniuge convivente del genitore del minore, per favorire il proseguimento dell’unità famigliare e garantire, quindi, una crescita armonica del minore. Il ddl Cirinnà ne estende l’applicazione ai casi di unione civile, come già fatto da alcuni giudici. Ci si potrebbe chiedere come sia possibile, non essendoci una legge che lo consenta. E’ avvenuto perché, quando non non esiste una legge che possa essere applicata al caso concreto, se il giudice ritiene che una legge regoli invece una situazione simile, può applicarla al caso che sta esaminando. Per quale motivo? Perché spesso il legislatore non legifera, rimandendo indietro rispetto agli sviluppi della società.
Accade quindi che i giudici si trovino a dover decidere situazioni non previste dalla legge, non potendo sospendere il giudizio in attesa dell’adozione di una legge. In più casi hanno quindi permesso questo tipo di adozione alle coppie omosessuali, stabilendo che l’orientamento sessuale non può costituire un ostacolo all’adozione del figlio minore del convivente. Le capacità genitoriali non sono infatti annullate dall’orientamento sessuale. E comunque, trattandosi di adozione, l’idoneità della persona che adotta deve essere stabilita dal giudice, sulla base di analisi condotte da psicologi. Inoltre il figlio minorenne, se maggiore di 14 anni, deve dare il suo consenso; se ha più di 12 anni ma meno di 14, il giudice deve tenere comunque conto del suo volere. La disposizione dell’art. 44 è stata adottata per proteggere il figlio minore che, cresciuto da un genitore e dal compagno/a, non ha tuttavia alcun legame giuridico con il compagno del genitore e potrebbe trovarsi in una situazione in cui, venuto meno il genitore e pur essendoci il compagno, potrebbe essere affidato ad altri soggetti meno vicini a lui. Viene sostenuto che questo aprirà all’“utero in affitto”, cioè al fatto che una donna porti in grembo un bambino di un’altra coppia. Questo già avviene in alcune parti del mondo: in alcuni casi le donne lo fanno liberamente, in altri sono costrette da persone che le sfruttano, tutto questo perché pagate per farlo.
Tuttavia il passaggio “adozione figlio minore del compagno – maternità surrogata” non è automatico.
E’ vero, permetterà ai soggetti che hanno usufruito dei cosiddetti “uteri in affito” di essere riconosciuti come famiglia, dato che al momento non lo sono. Infatti il vero problema è che, nonostante divieti o mancanza di riconoscimento giuridico in Italia, coppie dello stesso sesso che vogliono un bambino e possono permetterselo, vanno all’estero e hanno figli tramite donne che mettono a disposizione il loro utero per nove mesi. Cosa succede però quando tornano in Italia? I bimbi vengono riconosciuti come figli di uno dei due genitori, mentre l’altro genitore rimane giuridicamente un estraneo.
Il ddl Cirinnà permetterà anche a questi nuclei di essere riconosciuti come famiglia. L’ordinamento giuridico deve tutelare i cittadini: le “famiglie arcobaleno” non dovrebbero essere tutelate per la paura dell’avvento della maternità surrogata in Italia? Una preoccupazione non può ostacolare il riconoscimento di diritti. Se la maternità surrogata è così temuta, allora andrebbe regolata, non vietata. Si potrebbe approvare una legge che disciplini questa pratica anche in maniera stringente ma senza renderla impossibile, per far sì che le donne che vi si prestano siano a loro volta tutelate, che non lo facciano perché costrette da qualcun altro. Perché regolarla e  non vietarla tout court? Perché la vera arma a disposizione dell’ordinamento sono le norme, non i divieti che spesso lasciano che certe situazioni avvengano all’ombra della legge e alla mercé della criminalità organizzata. Se una pratica non viene regolata, se non deve rispondere a dei criteri specifici e viene semplicemente vietata perché considerata reato, allora avverrà nell’ombra dall’inizio alla fine. Se invece è sottoposta al rispetto di un insieme di regole, permette di tutelare le persone che la mettono in atto ed è più facile da monitorare.
E’ vero, sono temi delicati, ma guardate l’interruzione volontaria di gravidanza: prima di essere introdotta nel sistema giuridico nel 1978 avveniva di nascosto, con modalità non sicure che spesso portavano alla morte di chi vi si sottoponeva. Ora invece avviene negli ospedali, con tutte le cure possibili e immaginabili. Certo, spesso avviene grazie agli aghi delle mammane, ma la sua introduzione ha sicuramente tutelato una buona fetta di popolazione femminile. Come mi è stato insegnato il primo anno di giurisprudenza, l’ordinamento non deve essere pregno di questa o di quella morale, deve anzi dare ai cittadini la possibilità di scegliere alla luce della loro morale.
Comunque, giova ripeterlo, il ddl Cirinnà non introduce la pratica della madre surrogata in Italia.

Non riconoscere le unioni civili e l’adozione del figlio minorenne del compagno equivarrebbe a continuare a relegare alcuni cittadini in una situazione in cui hanno meno diritti e tutele degli altri. Un’obiezione comune è che si tratti di una minoranza, ma anche le minoranze sono composte da cittadini con pari dignità. Quindi sì, la Costituzione è violata, ma dall’assenza di una legge che li tuteli e li renda cittadini di serie A come gli altri.

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1 Comment

  • Reply Elena febbraio 27, 2016 at 1:40 pm

    Strepitosa come sempre…complimenti! :*

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