Italia, Unione Europea

Storie di migranti in transito

novembre 9, 2015

Dopo due mesi di volontariato al centro di accoglienza Baobab di Roma vorrei parlarvi di storie che iniziano dall’altro lato del Mediterraneo, di storie di migranti in transito.
Come vi dicevo, la maggior parte dei migranti viene dall’Eritrea.
Le persone che intraprendono il viaggio vengono scelte dalle famiglie di provenienza con molta attenzione: essendo il percorso pericoloso partono solo i più forti, di solito i giovani. Si fanno collette e si prega, nella speranza che i prescelti arrivino a destinazione, si sistemino e mandino qualche soldo indietro.
Quando i più fortunati arrivano al Baobab, ti guardano ma non ti vedono.
Ho visto ragazze deperite, terrorizzate, fissarti senza vederti, senza capire.
Mi è stato riferito che molto spesso prima di partire le donne si sottopongono volontariamente a iniezioni di ormoni per provocarsi delle mestruazioni che durino per tutto il viaggio.
Lo fanno per evitare gli stupri e le violenze divenuti ormai quotidiani soprattutto in Libia.
Sì perché gli smugglers, i “contrabbandieri” che lucrano sulla disperazione e che promettono di portarli in salvo, non sono esattamente delle brave persone. Spesso vendono al miglior offerente chi gli si è affidato, senza guardare in faccia nessuno. Può capitare che arrivi al Baobab un uomo eritreo in viaggio per raggiungere la moglie in nord Europa. Lei è già arrivata a destinazione qualche mese fa.
Il loro smuggler li ha venduti a dei libici e sono stati entrambi rinchiusi in un carcere. Avevano dei soldi da parte per pagare il riscatto, che comunque non è garanzia di salvezza, ma non bastavano per entrambi. Il marito, non volendo lasciare la moglie sola nelle mani degli aguzzini, ha preferito pagare il riscatto per lei che, giunta a destinazione, è riuscita a inviare i soldi per riscattarne la libertà.
In Libia muoiono tanti Eritrei sia per le sevizie sia per la totale mancanza di igiene che favorisce i contagi. Vengono tenuti imprigionati per mesi, incatenati gli uni agli altri.
Quando al Baobab vedo ragazzi di 15 anni felici di poter indossare una maglietta pulita e degli slip nuovi comprati da una gentile donatrice, una cosa che noi tutti diamo per scontata, tutto si relativizza.
E ti chiedi chissà cos’hanno subìto quei ragazzi sorridenti nei loro tre mesi di viaggio, se sono fortunati. Tra un “Hey sister, trousers!” (hey sorella, pantaloni!) e un sorriso sincero, un abbraccio mimato e un segno di riconoscenza, puoi solo augurarti che arrivino a destinazione, la destinazione che hanno scelto liberamente e nella quale sperano di trovare una vita serena e sicura. Perché in Italia non ci vogliono stare. Provate a chiedergli dove sono diretti: “Sweden! Germany! Austria! Netherlands!”.
Il biglietto del bus per Milano se lo pagano loro, aspettano fiduciosi 20€ dalle loro famiglie.
Sono pieni di speranze, vanno in estasi per un cappellino con visiera e, per quanto possibile, vogliono vestirsi bene: c’è chi chiede una giacca, delle scarpe eleganti o una camicia, anche se noi volontari tendiamo a dargli abiti comodi, soprattutto quando sono in procinto di partire.
E’ una lotta fargli capire che dove sono diretti fa freddo, nevica. Non ti credono, vogliono canottiere e infradito. Cerchi di dargli un cappotto, un maglione e delle scarpe chiuse. All’inizio sono scettici, cambiano idea solo quando ti vedono veramente preoccupata: “Guarda che lo dico per te, it’s really cold up there, it snows, it’s not like Italy!”. Le mamme con bambini piccoli sono davvero poche, ma il loro istinto le spinge a prendere stivaletti da neve per i figlioletti, perché su a Bolzano non sanno cosa troveranno. Ho visto volontari piangere perché “quella ragazza lì con il velo rosa, gliel’ho dato io, l’ho vestita io qualche giorno fa…  e ieri sera l’ho vista al tg respinta dalla polizia di frontiera a Ventimiglia”. Gli diamo una mano, facciamo delle piccolezze come preparargli un pasto o aiutarli a vestirsi. La gentilezza li stupisce. Un sorriso li meraviglia, soprattutto quando sono appena arrivati da Lampedusa, con i vestiti ancora impregnati di sale. E quando la gentilezza stupisce, come società abbiamo fallito, abbiamo fallito nei nostri obiettivi.
Appena tornata da Londra, rimasi molto colpita girando i canali della tv: di mattina, tutti i dibattiti politici sui maggiori canali parlavano di migranti e non in modo positivo. Eppure, approdata al Baobab, sono venuta in contatto con tantissime persone: le donazioni di vestiti sono moltissime, così tante che abbiamo dovuto spostarne alcune in un altro edificio. Le persone che aiutano, anche facendo un po’ di spesa, sono numerosissime. Giovani, anziani, famiglie che portano i bambini a giocare con i loro piccolo coetanei meno fortunati. Fruttivendoli, panettieri e macellai che a fine giornata regalano l’invenduto. Gruppi che si organizzano per fare collette e comprare materassi nuovi o per fare spese collettive.
Il Baobab va avanti su base volontaria ed è bellissimo vedere come con piccoli, minimi aiuti si possa portare un sorriso sul volto di chi rischia la vita per assicurarsi un futuro migliore.
Perché avercela con loro? Cosa ci hanno fatto direttamente, o anche indirettamente?
E se toccasse a noi dover lasciare il nostro paese perché non è più sicuro, se anzi ci fossero più probabilità di sopravvivere intraprendendo un viaggio il cui esito è incerto? E se, una volta arrivati, fossimo odiati? Perché, ci chiederemmo, noi lottiamo solo per un futuro migliore. Ed è una storia che si ripete, qualunque sia la nazionalità. Chi non li vuole hai mai vissuto all’estero? No, non parlo di viaggi di piacere, parlo di soggiorni lunghi. Spesso e volentieri anche noi Italiani non siamo i benvenuti, non ci sono tappeti rossi ad aspettarci negli aeroporti. E per quale motivo dovrebbero trattarci male?
Cosa faremmo di tanto sbagliato se non cercare un futuro migliore?
In questi casi ci sono parole, poesie, che affiorano alla mente senza neanche bisogno di andarle a cercare:

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.

Questo è stato e questo continua ad essere. E le persone che arrivano sono uomini e donne come noi: se il viaggio li ha deumanizzati, allora siamo noi, i più fortunati, a doverli aiutare.
Per dirla alla Bob Dylan e con una qualche licenza poetica: quante strade deve percorrere un uomo prima che possa essere considerato tale? Quanti mari deve attraversare prima di trovare pace?
Quanti anni devono passare prima che possa essere davvero libero? E tu, tu che stai dall’altra parte, quante orecchie ti servono per sentire il suo pianto? Quante persone devono morire prima che tu ti renda conto che sono troppe? Quante volte ancora volterai la testa dall’altro lato facendo finta di niente?

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2 Comments

  • Reply Mela novembre 9, 2015 at 11:10 am

    E’ veramente da tanto tempo che non sentivo parlare dei migranti che affollano il mediterraneo in questi termini. Come tu stessa scrivi, in giro c’è più che altro del risentimento nei loro confronti. Non mi è ben chiaro il motivo, ma sono ben felice di sapere che questo sentimento non è condiviso da tutti.
    E’ la prima volta che ti leggo, felice di averti conosciuta.

    • Reply Claire novembre 22, 2015 at 2:23 pm

      Grazie mille Mela, piacere mio!

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