Italia, Jobs

La fine dello stage

giugno 20, 2016

Vi ricordate che nell’ultimo post vi parlavo dell’amica in procinto di partire per l’Inghilterra? Quella che era stata selezionata in un mese e aveva firmato un contratto a tempo indeterminato? Ironia della sorte, lo stesso giorno in cui l’ho pubblicato mi è stato comunicato che il mio stage (ormai scaduto) non sarebbe stato confermato. La fine dello stage è giunta e non ci sarà alcun proseguimento.

Ci sono rimasta.

Non me lo aspettavo per niente.
A dir la verità, e questo mi ha rincuorato, non se lo aspettava nessuno. Soprattutto perché in sei mesi mi sono spaccata la schiena con orari al di fuori dell’accettabile, week-end inclusi. Eppure eccomi qui, con uno stage in uno studio di tutto rispetto alle spalle e il vuoto davanti. Dicono che vogliono persone con più esperienza, dicono. In fondo con la co-stagista eravamo entrate per sostituire delle ragazze che dovevano dare lo scritto dell’esame da avvocato. Eppure al colloquio mi era stato detto che questo stage era un’occasione “per conoscerci, per vedere se ci piacevamo” e poi ognuno avrebbe tratto le sue conclusioni. Forse sono io che mi sono attaccata con troppo ottimismo a quelle parole, ma vedendo che gli stagisti precedenti erano stati confermati ci ho creduto. In più, altri colleghi mi dicevano di stare tranquilla, che se lo stage era scaduto e non mi avevano detto ancora nulla allora potevo dormire sonni tranquilli. Si è visto.

Al di là delle motivazioni più o meno plausibili della scelta, degli inviti a tornare in futuro dopo aver fatto esperienza altrove (seriously?) e dei ringraziamenti per l’impegno e la passione, io ero incazzata nera. Con le lacrime agli occhi, ma furente. Il mio istinto mi diceva di andarmene seduta stante perché mi sentivo presa in giro, usata, un numero come tanti altri. Hanno già scelto il sostituto, con più esperienza ovviamente. Mi ronzava per la testa quello che diceva il mio professore di greco al liceo: “Tutti siamo necessari e nessuno è indispensabile“. Terribile ma vero. Mi scorrevano davanti le ore di stage passate dietro alla scrivania fino alle 21 anche quando non c’era nulla da fare “perché devi rimanere a disposizione”, ai fine settimana passati al lavoro, al fidanzato che diceva “Ci vedevamo di più quando stavi a Londra”, alle rinunce. Ne ero consapevole, lo facevo sperando che servisse. E invece no.

Ma sapete che c’è? In fondo, meglio così.

Che vita è quella in cui passi 12-15h a lavorare e non hai tempo per fare altro? Il tempo è prezioso e nemmeno stipendi alti hanno il potere di farlo tornare indietro. Paghi l’affitto di una casa in cui non stai se non per dormire, mangi da schifo perché non hai il tempo materiale di fare la spesa e sei costretto a mangiare fuori (spendendo cifre da non sottovalutare) perché non sempre riesci a prepararti il pranzo al sacco. E se hai dei figli devi assumere la tata perché non hai il tempo di stargli appresso. Senza contare che sei vuoi fare attività fisica per compensare le 12h seduta alla scrivania, o ci vai la sera tardi quando non hai più energie o ci vai la mattina alle 7. E trascuri i tuoi interessi, come ho fatto io con il blog, lo yoga e via dicendo. Ma queste ammazzate per chi si fanno, per cosa?

Tra le giovani ero l’unica ad avere un master, eppure sono alla porta. Il master è servito senza dubbio a farmi entrare, perché parliamoci chiaro, studenti di Roma Tre senza titoli né esperienze aggiuntivi di solito vengono scartati, sono i Luissini ad avere una corsia preferenziale sulla sola base dell’università che hanno frequentato e questo è profondamente ingiusto perché non è detto che tutti possano permettersi di andare alla Luiss. Né la laurea alla Luiss implica un’intelligenza o preparazione superiore alla media.

E ora che lo stage è finito?

Bella domanda. I partner hanno chiesto a me e alla co-stagista di rimanere un paio di mesi in più. Sul momento abbiamo detto di sì e in effetti stiamo continuando ad andare, nonostante alcuni fidati colleghi ci abbiano detto di non farci problemi ad andar via perché tanto se le cose stanno così non ne vale la pena. Verissimo, anche perché non vi nascondo che la voglia di andare al lavoro è pari a zero. Nonostante lo stress e gli orari allucinanti non c’è stata una volta che abbia detto “Domani non voglio andare al lavoro”. Eppure qualche giorno fa mi sono alzata, mi sono guardata allo specchio e ho pensato che la voglia di andarci proprio non c’era, nonostante mi occupi di una mia grandissima passione, cioè il diritto della concorrenza. Mi sono sentita privata dell’energia e della voglia che mi hanno sempre spinto, non mi sono riconosciuta. Perché rimango allora? Perché non ho idea di cosa sarà di me da settembre in poi e un paio di stipendi in più fanno sicuramente comodo.

Perché ora il grande problema è: cosa fare?
La rabbia mi dice di mollare questo paese in cui anche a livelli alti rimani un numero e niente più, di non rimanere scendendo a compromessi. Le domande sono tante. L’esperienza che ho maturato in questi mesi farà la differenza nella ricerca del prossimo lavoro? Il diritto della concorrenza è affascinante, ma gli orari che implica (almeno negli studi legali) sono disumani. Posso farlo altrove? Sì, nelle società (ma assumono?) e all’Autorità della concorrenza e del mercato (i concorsi escono?). Quindi? Si rifà la valigia? A 27 anni non sono più la studentella che partiva felice per l’Erasmus. Da un certo momento in poi non si parte più a cuor leggero perché ormai si tratta di scelte di vita. Si fa sempre in tempo a tornare indietro, certo, ma la distanza è deprimente.  Le relazioni a distanza, soprattutto, sono logoranti.

La verità è che non riesco a venirne a capo neanch’io. Pensavo di aver trovato stabilità, che ci fosse stata chiarezza sin dall’inizio. Ho imparato che bisogna sempre guardarsi intorno. Ero talmente convinta che sarei rimasta che non ho inviato candidature in posti di lavoro interessanti e ora le job openings sono chiuse. Al lavoro faccio quel che mi chiedono ma senza l’energia che c’era prima, con un po’ di menefreghismo oserei dire. La voglia di appena un mese fa se n’è andata, non torna nemmeno se mi sforzo e di fingere non se ne parla proprio.

Ma dicono che si chiudono le porte e si aprono i portoni no?

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5 Comments

  • Reply Tiziano giugno 20, 2016 at 11:18 am

    Ciao Chiara,
    Da molto non scambiamo qualche parola. 😉
    Io in questi anni ho cambiato tante realtà, è quest’ultima sta per scadere (tra una settimana sono ufficialmente a terra) lo rinnovano? Chissà!… L’unica certezza che ho è un’irreprensibile Speranza fisiologica. Normalmente quando si chiudono le porte, il cortese futuro, ci apre un portone.

    Un saluto
    Tiziano

    • Reply Claire giugno 20, 2016 at 11:26 am

      Ciao Tiziano,
      grazie delle bellissime parole.
      Hai ragione, viva l’irreprensibile speranza fisiologica! Senza quella, non andremmo da nessuna parte.
      E che portoni siano! 🙂

  • Reply Flavio giugno 27, 2016 at 7:25 pm

    Ciao Claire,
    girovagando per il web mi sono imbattuto nella lettura di questo articolo.
    Ti ringrazio perchè mi hai dato una mano a schiarirmi le idee su alcuni dei miei molteplici dubbi riguardanti il mondo della legge, negli studi e fuori.
    Spero, in futuro, di avere la possibilità di leggere tanti altri articoli su questa tematica. =)

    • Reply Claire giugno 28, 2016 at 4:09 pm

      Ciao Flavio, benvenuto!
      Sì, non mancheranno post riguardo gli studi legali.
      Stay tuned!

      • Reply Flavio giugno 30, 2016 at 9:44 am

        Certo!
        Inoltre stavo pensando anche ad un eventuale articolo che potrebbe essere mooolto interessante, almeno, per me: “Facoltà di legge vs Mondo reale”.
        Spero di essermi fatto capire a sufficienza! =))

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