Italia, Jobs

Il fantastico mondo dei colloqui

gennaio 11, 2017

A fine maggio ho rifatto ingresso, mio malgrado, nel fantastico mondo dei colloqui e dell’invio di curriculum. La sensazione preponderante era un mix tra curiosità e abbattimento. Inviare curriculum è un’attività frustrante, soprattutto perché nella maggior parte dei casi non arriva neanche un “Grazie, abbiamo ricevuto la tua candidatura e la considereremo”.

Rieccomi quindi nel tunnel della ricerca di lavoro, tra siti più o meno affidabili (Linkedin, Graduateland e simili) e candidature spontanee inviate ai responsabili del dipartimento legale delle società, che pare facciano sempre bella figura (la famosa proattività). Senza dimenticare qualche amico che ti segnala annunci di lavoro non ancora pubblicizzati o diffusi solo in determinati canali.

Ho inviato curriculum adattandoli agli annunci, scritto lettere di presentazione e motivazione, compilato moduli e aspettato. Il primo mese mi dicevo che andava tutto bene, che in fondo ci vuole tempo e che il periodo non è dei migliori. Poi il tempo è iniziato a passare, ho avuto un colloquio che non è andato in porto e ho iniziato a percepire quell’ansia di sottofondo che cominciava a non volersene andare.

Dopo tanto studio e tanti sacrifici non mi volevo accontentare ma, quando ti rendi conto che il settore che ti interessa è piuttosto chiuso, devi lanciarti, a malincuore, in altro per non rischiare di restare una vita ad aspettare qualcosa che forse non arriverà.

Perché, mi chiedevo, perché? Perché dopo anni passati a studiare, trascurando altri interessi e con investimenti economici non da poco, sono qui a sperare in una risposta? Forse sarebbe il caso di tornare all’estero, ma che possibilità ho? Gli amici del master che sono rimasti in Inghilterra hanno trovato lavori meno allettanti di chi è tornato a casa. Avere il master inglese in Inghilterra fa di te uno dei tanti, straniero per di più. Ha senso? E, soprattutto, lo voglio veramente? Rifare la valigia e ricominciare da capo, di nuovo?

Finalmente, dopo un periodo di alti e bassi, sono riuscita a passare dall’invio di curriculum all’ingresso nel fantastico mondo dei colloqui: eccone un resoconto.

Il colloquio in Autorità

A luglio sono volata a Londra per un colloquio per uno stage in un’istituzione governativa. Non è stata una passeggiata. Il colloquio consisteva in una prova scritta sul diritto inglese e una prova orale di un’ora durante la quale, oltre al colloquio attitudinale vero e proprio, era prevista l’esposizione orale di una sentenza con nota critica. Durante il colloquio mi è stato detto che di solito dopo lo stage si viene confermati ma, a seguito del voto sulla Brexit, non sapevano come si sarebbero comportati con gli stagisti europei. Nel complesso la prova è stata tosta e, a dirla tutta, una volta uscita non ero molto convinta. A volte le sensazioni arrivano prima del cervello. E’ andata bene, ma non abbastanza da entrare. In compenso è entrata un’amica greca del master che aveva un’esperienza di stage in Commissione Europea.

Il colloquio nello studio boutique

Gli studi boutique sono studi di dimensioni medio-piccole che si focalizzano su una-due aree di attività. Dopo lo stage nello studio internazionale non mi sarebbe dispiaciuto provare un ambiente più raccolto. Ho avuto tre colloqui e un pranzo fuori con uno studio di questo tipo ma la cosa non è andata in porto. Avevo i miei dubbi, soprattutto per il modo di porsi del capo che nel corso dei colloqui non mi ha posto nemmeno una domanda di diritto. E’ stato tutto incentrato sulla personalità e sulla psicologia, sulle scelte di vita e sull’introspezione. A seguito dell’esperienza nello studio internazionale mi piaceva il fatto che un potenziale datore di lavoro fosse interessato a me come persona e non come mera esecutrice.

Quando però ha iniziato a riempire bicchieri d’acqua chiedendomi se fossero mezzi pieni o mezzi vuoti, a dirmi che a volte nella vita bisogna arrendersi all’evidenza, che certe cose non possono essere cambiate e prima lo si capisce meglio è, ho iniziato ad avere i miei dubbi. Peccato, perché il lavoro dello studio sembrava molto interessante.

Alla fine dell’ultimo colloquio mi è stato chiesto di inviare il certificato di laurea. Hanno detto che si sarebbero fatti sentire.

E invece sono spariti nel nulla. Neanche un’e-mail per dire “No, non ci piaci”. Dopo qualche giorno hanno ricondiviso l’annuncio su un sito internet. Fine.

Il colloquio nella società di revisione

Ho dovuto ingegnarmi per ottenere questo colloquio: sono andata a un career day in cui la società in questione raccoglieva curriculum e ho lasciato il mio. Ho avuto modo di parlare con un’avvocato e con una responsabile delle risorse umane che mi hanno invitata a inviare la candidatura on-line. La posizione che mi hanno indicato non l’avevo nemmeno presa in considerazione perché troppo senior e non in linea con la mia breve esperienza. Ho inviato la candidatura, mi sono sottoposta a dei test attitudinali on-line e mi hanno invitato per il colloquio specificando che ci sarebbe stata una prova scritta. La posizione riguardava il diritto commerciale, di cui avevo un vago, vaghissimo ricordo, quindi mi sono chiusa in casa a ripassare.

La prova scritta consisteva in 12 domande a risposta aperta a cui rispondere in mezz’ora. Toccavano tutto il diritto commerciale ma erano piuttosto generiche (tranne un paio): tipi di società e relative differenze, termini per la convocazione dei diversi tipi di assemblea, operazioni straordinarie e così via. In più, mi è stato chiesto di leggere ad alta voce una pubblicazione in inglese e tradurla sul momento. Nonostante avessi risposto correttamente alle domande della prova scritta e il colloquio fosse andato bene, poco prima di concluderlo mi hanno chiesto se avessi un’esperienza specifica nel settore. Ho detto la verità: no, non ce l’ho. Ho preparato il colloquio, ho studiato e ripassato, ma l’esperienza mi manca. “Le faremo sapere nel giro di 5 giorni, di solito siamo rapidi”.

Spariti nel nulla anche loro, eppure sono una delle big four. Una risposta, anche negativa, me la sarei aspettata. Anche perché i potenziali datori di lavoro sottolineano spesso l’importanza della professionalità e del rispetto reciproco. E ne danno dimostrazione immediatamente, quando devono farti sapere l’esito del colloquio.

 Il colloquio nello studio legale italiano di grandi dimensioni

Senza alcun preavviso, ho ricevuto una telefonata da uno studio legale molto importante a cui avevo inviato il curriculum ben due volte negli ultimi mesi, la seconda volta quando un’amica mi ha segnalato che stavano cercando proprio nel mio settore. Il giorno seguente sono andata al colloquio e il primo impatto è stato ottimo: l’edificio era splendido, con un piccolo giardino-labirinto sul retro che dava direttamente su una delle ville di Roma. E, soprattutto, a condurre il colloquio c’era una donna.

Dovrebbe essere la normalità, nulla che susciti stupore, ma nel settore legale non è sempre così, anzi. Una donna con carattere e gentile, perché sono qualità che possono andare a braccetto. Ho iniziato con una prova scritta: due domande, una tecnica e una di interazione col cliente. A seguire, il colloquio vero e proprio, a cui ha preso parte anche un altro avvocato dello studio. Il colloquio è stato molto tecnico e specifico. Mi hanno dato subito un feedback: ci è piaciuta, la richiameremo al più presto.

Dopo un paio di giorni ho avuto un colloquio molto amichevole con uno dei partner che mi ha fatto subito una proposta. Gli ho detto che ero molto interessata e che avrei accettato, e così è stato.

Ci è voluto tempo: ottenere colloqui non è stato semplice. Le assunzioni non sono tante e molte società preferiscono prendere neo-laureati per via degli sgravi fiscali. Il fantastico mondo dei colloqui così fantastico non è: si chiede professionalità ma spesso non ne viene dimostrata. Non far sapere l’esito di un colloquio è una mancanza di rispetto e di sensibilità. E’ non capire che da un colloquio può dipendere tantissimo per chi sta dall’altro lato. Eppure nulla di tutto ciò può né deve fermarci. E’ dura, ma chi la dura la vince, no?

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1 Comment

  • Reply Miriam marzo 12, 2017 at 9:37 pm

    Ciao Claire, sono attualmente in una fase di ricerca feroce… e non posso che condividere il senso di frustrazione che trapela dalle tue righe anche se, brava tu!, hai finalmente coronato i tuoi sforzi. Mi stupisce che a Roma i colloqui siano così tecnici, qui a Milano in realtà si risolvono in una chiacchierata su profilo e competenze acquisite, ma non vi sono veri e propri “test” (Dieu merci) per checkare le tue conoscenze delle varie materie.
    Potrei scrivere un papello su come mi sento da un mese a questa parte e sulle impressioni che mi da questo mondo fatto in fondo di apparenze e di frasi giuste da dire al momento giusto, di chiusura dei profili social per non sembrare una “oca” e del terribile senso di ansia che a volte si affaccia e ti fa venire voglia di mollare tutti e tutto al diavolo e andare a girare il mondo zainetto in spalla… ma questo è il tuo blog, non il mio 😉
    Grazie per il tuo articolo!

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