Arte, Londra

Forensics

marzo 2, 2015

A due passi da Euston, accanto alla mia università, si trova il Wellcome Trust, una fondazione che si occupa principalmente di scienza e scienze sociali.
Occupa un intero isolato: da un lato, in un edificio moderno sopra la fermata Euston Square, ci sono gli uffici, mentre dall’altro lato, in un edificio più antico, si trova la Wellcome Collection.
Questo strano complesso mi ha sempre incuriosito (sono mesi che ci passo davanti quasi quotidianamente) e l’ultima mostra della Collection, inaugurata appena 3 giorni fa, mi ha finalmente convinto ad andarci.
La mostra, intitolata Forensics, è un percorso in 5 sale che ripercorre il progressivo sviluppo della medicina forense, ovvero quell’insieme di conoscenze mediche applicate alle indagini, soprattutto in caso di crimini violenti.
Una cosa alla volta però, innanzitutto entriamo!

IMG_7090Appena entrati, sulla destra vedrete un ristorantino, davanti a voi le scale che portano ai piani superiori e sulla sinistra una scala a spirale e la scultura di un uomo attaccata al soffitto.
Mettiamoci in fila (siamo a Londra, qui si fa la fila per qualsiasi cosa) e aspettiamo il nostro turno.

output_xheMUaIMG_7093IMG_7097IMG_7100Dicevo, la mostra si snoda in 5 sale: la Scena del Crimine, l’Obitorio, il Laboratorio, la Ricerca e l’Aula del Tribunale.
La Scena del Crimine contiene degli oggetti davvero interessanti. Siamo a Londra, come poteva mancare un seppur minimo riferimento a Jack lo Squartatore? Colui che aggirandosi per Whitechapel aggredì e uccise circa una decina di giovani prostitute?
Ebbene, la prima sala ospita una mappa di Mitre Square, la scena del crimine dove il 30 settembre 1888 Catherine Eddowes venne trovata sgozzata e, ahimé, squartata. La mappa e lo schizzo del povero corpo martoriato sono opera di Frederick William Foster e sono degni di nota perché vennero utilizzati durante le indagini, concluse senza l’individuazione del responsabile.
Sempre nella prima sala si trova quella che a prima vista sembra una casa delle bambole.
E’ una miniatura, in scala, di una scena del crimine e risale agli anni ’40. Giovani investigatori e poliziotti si sono esercitati su questa ed altre miniature, che non forniscono la soluzione del crimine in sé ma servono a sviluppare ed affinare la capacità di osservazione. Come dite? Metodi del secolo passato? No no, questi modellini vengono ancora utilizzati!
Passando a qualcosa di più scientifico, la Scena del Crimine contiene una piccola teca in cui è conservata una boccetta con delle larve al suo interno. E’ un reperto di notevole importanza, soprattutto in Inghilterra, perché quelle larve di Calliphora (la mosca azzurrina della locandina) furono i primi insetti utilizzati come prova all’interno di un processo. Era il 1935 e i corpi smembrati e senza vita di Isabella Ruxton e della sua cameriera Mary Rogerson venivano trovati accanto al confine con la Scozia. Grazie a quelle larve, che si sviluppano nelle prime due settimane dalla morte, è stato possibile stabilire la data dell’omicidio.
Non è molto poetico ma fu un momento di svolta: prove scientifiche di questo tipo vennero finalmente ammesse nelle aule dei tribunali, segnando la nascita dell’entomologia forense.

L0076825La seconda sala, l’Obitorio, ospita un tavolo da obitorio d’epoca, di ceramica bianca.
Si parte con la morgue di Parigi, divenuta talmente celebre che, intorno al 1880, era citata anche nelle guide della città. L’ingresso era libero e i corpi erano esposti dietro delle sbarre per far sì che i familiari degli scomparsi potessero riconoscerli.
In questa sala si parla soprattutto di autopsie, uno dei momenti chiave delle indagini.
Immagini poco gradevoli, libri antichi sui tipi di ferite e appunti più recenti si alternano nelle teche.
La prima autopsia di cui si ha notizia sembra sia stata richiesta da un magistrato di Bologna nel 1302.
Si parla anche di nuovi orizzonti, come l’autopsia virtuale. Sempre più spesso i familiari delle vittime si oppongono all’invasività delle autopsie; di conseguenza è stata sviluppata in Svizzera una tecnica che unisce risonanza magnetica, tecnologia 3D e tomografia computerizzata multislide che permette di indagare le cause della morte senza dover dissezionare il corpo. Per ora affianca la classica autopsia in quanto non è in grado di dare le stesse risposte, ma pare che stia avendo molto successo anche tra i privati desiderosi di conoscere i motivi della morte dei loro cari.
Si poteva ascoltare l’audio della prima incisione autoptica registrata in Inghilterra, sono passata oltre.

L0042496Nella terza sala, il Laboratorio, si viene guidati attraverso l’evoluzione dei metodi di riconoscimento. Dalle tabelle con tutti i colori delle iridi, alle impronte digitali, al DNA.
Una curiosità: l’utilizzo del DNA nelle indagini forensi è relativamente recente. La prima banca dati inglese di DNA è stata creata nel 1994!
Il primo laboratorio di analisi forensi venne fondato nel 1910 a Lione da Edmond Locard (in primo piano nella foto successiva), il padre del principio dello scambio, tuttora utilizzato: “Ogni contatto lascia una traccia“.
Passando per il test di Marsh, che permise per la prima volta di provare l’avvelenamento tramite arsenico, si arriva alle bottiglie di sostanze tossiche se ingerite in gran quantità, che per indicare la loro pericolosità erano di colori scuri: blu, rosso e verde.

L0077873La sala della Ricerca è, a mio parere, quella più interessante e commovente. Al di là di casi in cui le indagini vengono condotte a seguito di omicidi più o meno efferati, la medicina forense si è rivelata un importante alleato nel riconoscimento delle vittime dei crimini di guerra, soprattutto quelle gettate in fosse comuni. Ruanda, Yugoslavia, Cile e la lista non accenna a finire.
Il video di una donna che cammina nel deserto cileno trovando piccoli resti di ossa e facendo un elenco dei frammenti ritrovati del fratello è davvero straziante.
All’interno della sala si trova anche una cella frigorifera mortuaria, all’interno della quale è proiettato un video di 85 ore, un susseguirsi di immagini di fosse comuni e foto, ancora in vita, delle vittime dell’orrore yugoslavo. L’opera, Ab uno disce omnes, è della bosniaca Šejla Kamerić.
L’ultima sala, quella dell’Aula di Tribunale, è la meno interessante, e se ve lo dice una che studia diritto da anni potete fidarvi.
Non c’è nulla da fare: è difficile competere con il fascino della medicina.

 

(non è possibile scattare foto all’interno. La prima e le ultime tre foto provengono dal sito della mostra)

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