Jobs, Pensieri

L’attrazione fatale del lavoro all’estero

maggio 23, 2016

Le mie amiche sono donne in gamba, donne che lottano per ottenere quello che vogliono, che fanno progetti per il futuro e che non si accontentano finché non raggiungono i loro obiettivi. Sono coraggiose, tirano fuori le unghie e ai momenti di sconforto reagiscono aprendosi nuovi sentieri perché, come dicono gli inglesi, “Shoot for the moon, even if you miss you will land among the stars” (punta alla luna; anche se non ci arriverai, atterrerai tra le stelle). Le mie amiche non mollano, sono delle combattenti. E dato che chi la dura la vince, raggiungono gli obiettivi che si prefissano, ma spesso questo le porta fuori dall’Italia, vinte dal l’attrazione fatale del lavoro all’estero.

L’attrazione è fatale e al tempo stesso vitale, perché non si tratta di offerte di lavoro non pagate o senza possibilità di crescita. Si tratta di occasioni che qui in Italia si presentano once in a lifetime, mentre lì sono “normali”.

Come una mia cara amica del liceo che, dopo aver tentato diversi concorsi qui in Italia (compresi quelli farsa, indetti per 2 persone che con buona probabilità sono state già individuate), ha partecipato a una selezione per una struttura pubblica inglese. Tutto si è svolto nell’arco di un mese: invio della candidatura, colloquio conoscitivo via telefono, test di selezione e colloquio finale via Skype. C’è bisogno di dire che il giorno dopo il colloquio è stata chiamata dalla responsabile del personale che le ha offerto un posto di lavoro, ben retribuito e a tempo indeterminato? E come potevano lasciarsi scappare una così, appassionata, professionale e solare? Il suo sogno lavorativo si è coronato, o meglio, l’ha coronato.

Noi abbiamo perso una gemma, una persona che avrebbe potuto dare tanto al Paese.
Non è detto che in futuro non decida di tornare, ma al momento l’Italia non le ha saputo, o peggio, voluto offrire nulla che si potesse chiamare lavoro. Perché lavorare 9 ore al giorno gratis non è “lavoro”, è sfruttamento. E anche quando viene proposto e si accetta perché “fa curriculum” o perché “in questo settore funziona così”, bisognerebbe farlo solo se è una situazione provvisoria o che, in alternativa, possa fare davvero la differenza. A me è capitato e ho detto NO. E’ una grandissima mancanza di rispetto, tanto più che all’inizio non si chiedono stipendi milionari ma ci si accontenterebbe di un rimborso spese. Amici che lavorano nel settore delle libere professioni mi raccontano aneddoti allucinanti. Alcuni a Natale hanno ricevuto un cestino con vino e salami “riciclato”. Altri che hanno ricevuto proposte di stage non pagato nonostante si trattasse di studi notamente in attivo, o altri ancora che si son sentiti dire: “Ci piaci ma non possiamo pagarti. Sappiamo che se accettassi la nostra offerta dovresti cambiare città, e questo ha un costo, ma non possiamo offrirti nulla. Però a pranzo abbiamo il buffet e puoi mangiare gratis!”.

Si possono paragonare offerte di “lavoro” simili con contratti in regola, a tempo indeterminato e ben pagati? La mia amica avrebbe dovuto rinunciare nell’attesa di un altro concorso/colloquio qui in Italia, continuando a stare a casa con i genitori? Perché parliamoci chiaro, finché non si va via di casa non si cresce. Che sia anche per qualche mese, dover badare a se stessi responsabilizza. Purtroppo non è così semplice, gli affitti costano e se non si ha un lavoro che lo permette è quasi impossibile uscire dalle mura familiari. Non siamo mica in Francia, dove lo Stato paga una parte dell’affitto agli studenti e a chi non può permettersi una casa (e lo paga a tutti, anche agli stranieri). Eppure stando con mamma e papà si rimane bambini. Non si vive la quotidianità fatta di lavoro la mattina, ritorno a casa stanchi la sera ma dover comunque fare quelle cose che non farà nessun altro per te. Senza dimenticare che si capisce il valore vero del denaro sudato ogni giorno e che svanisce in bollette e spese varie. E’ facile trovare i vestiti puliti, piegati nei cassetti, e il frigo sempre pieno. Non che sia una colpa stare a casa con i genitori, spesso è una necessità, ma loro forse peccando di amore e bontà tendono spesso a farsi carico di tutto, trattandoci come degli adolescenti, quando invece siamo adulti e i 30 sono ormai vicini.

Partire, ovunque si vada, è una sfida prima di tutto con se stessi. Se poi si ha la possibilità di fare il lavoro che si ama venendo trattati con rispetto e dignità, diventa ancora di più l’occasione per diventare grandi.

Quindi amica mia, in bocca al lupo! Sarà dura non averti qui ma la tua strada è questa, nonostante ti porti lontano da casa. Sono certa che ti farai valere. E diciamocela tutta, te lo meriti.

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2 Comments

  • Reply sara agosto 29, 2016 at 10:49 am

    Un bellissimo articolo! Purtroppo anche mettendosi in proprio le cose non cambiano molto
    Pensa che una mia amica dopo essersi scontrata contro la totale indifferenza qui, quando ha ricevuto proposte dall estero, inizialmente ha pensato ad un errore…vedi tu come siamo messi

    • Reply Claire agosto 29, 2016 at 12:09 pm

      Siamo messi malissimo ahimè!
      Ricordo che quando mi chiamarono per il primo colloquio qui in Italia non ci potevo credere nemmeno io!

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